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giovedì 13 ottobre 2011

FILOSOFIA (SPICCIOLA) DELL'HYPE



La gratificazione e la soddisfazione che riesce a darti un trailer di un film in arrivo é indescrivibile.
Personalmente ne faccio incetta in maniera piú o meno scriteriata; d'altro canto viviamo un mondo precipitoso dove ci siamo trasformati fisiologicamente in animaletti perennemente affamati che trangugiano di tutto, continuamente.
Se penso al mio mondo, le mie passioni, la mia weltanschauung, il mio utilizzo dello spazio e del tempo, fino a qualche anno fa, quasi non mi riconosco. Sono un altro.
Una manciata di fumetti, qualche libro, riviste basilari (non piú di dieci), un paio di videogiochi imprescindibili.
Ora di fumetti ne compro a centinaia. E le altee migliaia che "mancano" li scarico spudoratamente. Ma ne leggo sempre una quindicina al mese, come prima.
Di libri ne compro come prima ma ora scarico le anteprime per iPad da iBooks (a proposito: era ora, eh!?)oppure(sempre scrupolosammente, per caritá) li scarico direttamente interi. Ma sempre quelli che leggevo prima leggo adesso.
Le riviste basilari sono sempre quelle di prima (in primis Internazionale), ma ora ce ne sono mille di piú, sul cinema, la letteratura, i fumetti, la fotografia, le arti, la politica, i videogiochi, le tecnologie, le scienze, le curiositá... e le altre mille... si, mi scarico pure quelle.
Prima un videogioco lo compravo dopo averci sbavato un po' leggendone sulla rivista preferita. Ora, tra PS3/360/Wii/iPad... scarico continiamente demo su demo e mi bastano (e avanzano) questi.
Risultato: ultimo gioco davvero finito, credo, Unchated 2... Se si considera che tra un mese esce il terzo episodio allora...

Troppe cose da fare e cosí poco tempo...
Ma questo non è un post di riflessione sulle piccole/grandi cose della vita, ne un grido disperato, ne una sorta di corso accelerato di qualunquismo applicato.
No.

In realtà mi sono messo a scrivere 'ste righe perché ho visto questo. E questo.
E ho sbavato. Parecchio.

Hype irrefrenabile, soprattutto per il film su Poe.
Pensa tu, eh?

mercoledì 6 aprile 2011

SILVIO FOREVER




Occasione sprecatissima.
Ed ennesima dimostrazione del fatto che Faenza è un mediocre.

Silvio Forever avrebbe potuto essere un gran bel documentario: scritto dagli autori de La Casta (Rizzo e Stella), con un po' di materiale inedito, nelle sale nel momento migliore tra i (numerosi) "magic moments" offertici dal Nostro Comico, aveva tutte le carte in regola per essere accolto trionfalmente.
Invece è una bufala.

Superficiale, noiosetto, montato male, concepito peggio.
Non aggiunge una virgola a tutto quello che tutti noi già sappiamo, per averlo già visto, letto, sentito.

Che poi, quel "noi" si riferisce ovviamente ai soliti noti: i (sembra) 5 milioni di italiani che leggono libri riviste e quotidiani, frequentano le librerie, vanno al cinema e a teatro.
Gli stessi, soliti, 5 milioni.

I coglioni, come pensa Lui.


Voto: 4 1/2

E SE DOVESSI AMMETTERE CHE MI PIACCIONO I FILM ITALIANI?




... forse comincereste a pensar davvero male del sottoscritto?
Che devo dire (a mia difesa)?
Dopo aver elogiato La Vita Facile, mi scappa proprio un altro bel giudizio per quest'altro Nessuno Mi Può Giudicare con la Cortellesi.
Altra roba, sia chiaro (il film con Favino è davvero un ritorno alla commedia italiana di una volta, godibilmente agrodolce nel far ridere a denti stretti sulle nostre immancabili idiosincrasie di italiani "brava gente"), ma tanta roba, dai!

Un filmetto, certo, ma con queste peculiarità non da poco:
1) fa ridere;
2) è intelligente pur essendo assolutamente pop;
3) c'è la Cortellesi;
4) riesce a far sembrare Raul Bova meno imbecille del solito;
5) alcuni cameo sono esilaranti.
Penso tutto ciò possa bastare per promuoverlo in scioltezza.

Comunque, piccola nota a margine: sembra, finalmente, che l'era cinepanettonianadesichianalaurentianaparentiana stia per finire.
L'ultimo Amici Miei è andato maluccio (così come, prima di lui, il natale sudafricano): che la gente, hai visto mai, si sia veramente stufata e cominci davvero a preferire film più intelligenti e, quantomeno, con un minimo di scrittura dietro?
Volesse dio...

Voto: 7

lunedì 14 marzo 2011

THE LAST STATION




"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo".
L'incipit più bello della storia della letteratura è questo di "Anna Karenina" che comincia con i disappori tra moglie e marito e la scoperta dell'adulterio.
Tolstoj fu un grande, uno tra i più grandi della storia, un Illuminato.
La sua vita fu ricca e la sua influenza sociale e culturale fu decisiva nell'evolversi socio-politico della Russia tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.
Morì in un modo molto "cinematografico".

Decidi di fare un film sui suoi ultimi giorni di vita, i burrascosi rapporti con la moglie, l'amicizia con Chertkov e il giovane intellettuale Valentin Bulgakov.
Chiami come attori Christopher Plummer, Helen Mirren, Paul Giamatti e James McAvoy e cosa combini?
Fai una film che definire di merda è un'offesa verso la protagonista della scatologia?

Un film insulso, davvero. E molto stupido.
Lev Tolstoj si merita ben altro.

Voto: 3

TURA SATANA




Personaggio curioso Tura Satana.
Nippo americana figlia di un attore di film muti e di una contorsionista, era mezza giapponese e mezza cherokee.
Viso da giapponese e grosse tette praticava il karate (che aveva imparato, ahimè, dopo essere stata violentata da cinque balordi).
Fu una delle prostitute di "Irma la Dolce" e divenne un mito fondamentalmente per un solo film: "Faster, Pussycat! Kill! Kill!" di Russ Meyer (e non poteva essere diversamente, vista la sua morfologia fisica...).
Ovviamente è un altro dei miti di Tarantino, che provò a convincerla a lavorare insieme; lei non accettò, avendo lasciato da un bel po' la scena e ritiratasi a vita privata.
Icona dell'exploitation se ne è andata il 4 febbraio scorso.
Aveva 73 anni. Era giusto ricordarla.

QUEST'UOMO E' UN GENIO.ANZI, UN MAGO.




Quest'anno non ho commentato gli Oscar (probabilmente ci tornerò).
Non è stata un'edizione, comunque, particolarmente eccezionale o epocale (molto brava la Hathway come co-conduttrice mentre ha fatto una figuraccia il fattone James Franco. Fantastico Kirk Douglas, eccezionale quasi centenario! Per il resto, poco e niente), ma una cosa importante è successa: Rick Baker ha vinto il suo settimo (!!??!!) premio Oscar!
L'ha preso per quella cagata squallidamente ridicola di Wolfman, ma quando c'è Baker al trucco tutto il resto conta relativamente...
Ogni volta questo sessantenne ti stupisce clamorosamente: pensate al lupo mannaro americano a Londra e l'incredibile trasformazione, al Professore Matto con Eddie Murphy, ai suoi Men in Black, al Grinch, ai morti di "The Ring", a Hellboy...
No, è impossibile: questo ha fatto un patto col diavolo: il suo non è make-up, è magia pura!
Sette Oscar, sinceramente, sono pochi.

I RAGAZZI STANNO BENE




In California due lesbiche, all'inizio degli anni Dieci del Duemila, sono mamme di due ragazzi di diciott'anni.
In Italia si discute ancora sul "pericolo" della famiglia "non tradizionale" e si fanno manifestazioni contro i gay.
E' un altro mondo e sembra anche un'altra epoca.
A me fa solo rabbia.

"I Ragazzi Stanno Bene" è un film molto ben riuscito diretto dalla (fino ad oggi) sconosciuta Lisa Cholodenko.
Lesbica dichiarata, ha una figlia concepita da un donatore anonimo di sperma e cresce la figlia insieme alla sua compagna, una musicista californiana.
Il suo film è, quindi, particolarmente sentito, vista l'appartenenza di certe tematiche.
Annette Bening e Julianne Moore (bravissime) si amano e hanno costruito insieme una famiglia solida ed equilibrata.
Hanno due figli, concepiti entrambi grazie ad un donatore di sperma.
Mia Wasikowska (l'Alice di Tim Burton), la più grande, è una giovane intellettuale appassionata di scienze e Scarabeo che vive la sua adolescenza con fiera e serena consapevolezza.
Josh Hutcherson è altrettanto maturo e sereno, ma leggermente più ombroso, meno cerebrale, sportivo.
Nonostante le (normale, fisiologiche) idiosincrasie delle due mamme i ragazzi stanno bene, sani e con i giusti valori.

Il tranquillo menage famigliare incorniciato dalla pacatezza dei paesaggi dolcemente soleggiati della California verrà sconvolto con l'entrata in scena del padre biologico (un sorprendente Mark Ruffalo), stanato dai due ragazzi per una giustificata e naturale curiosità.
Ma le debolezze o presunte incertezze verranno superate con facilità dalla famiglia, che resterà unita ed affiatata nonostante i dubbi e le perplessità.

Film onesto, tranquillo, lineare.
Ma da vedere per la serenità che riesce a trasmettere ed i temi che affronta: non di certo sulla famiglia "disfunzionale" (come osano definirla i malpensanti, quelli veri e bigotti che si nascondono dietro la loro miserrima ipocrisia), ma sulla famiglia tout court, l'importanza dell'amore e del restare uniti.
A volte può sembrare impossibile, ma se non ci facciamo prendere dalla paura ce la si può fare davvero.
E la vita, credo, vale proprio la pena di essere vissuta.

Voto: 7

giovedì 10 marzo 2011

THE SOCIAL NETWORK




Piccoli attori crescono.
E lo fanno bene.
"The Social Network" è passato come il film meglio scritto degli ultimi mesi: Oscar alla sceneggiatura, dialoghi eccitanti, ritmo calibrato.
Ma secondo me questo bel film non è (solo) questo: è soprattutto il film di Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake.
Garfield (il prossimo Peter Parker/Spider-Man) è promettentissimo, forse ancora poco maturo ma, con l'esperienza, tutto da scoprire.
Justin Timberlake è semplicemente fantastico, un genio dei nostri tempi: cantante e ballerino sublime quando recita sembra non aver fatto altro nella vita. Da applausi, fossi un (ricco) regista lo chiamerei sempre.
Ma il migliore è Eisenberg, che interpreta Mark Zuckerberg, l'inventore di Facebook.
Questo ragazzino con la faccia da nerd mi aveva incuriosito in Zombieland dove faceva l'antieroe al contrario, ma in "The Social Network" è eccezionale.
Gioca di sottrazione ed esprime nell'immobilità e il minimalismo: è imperscrutabile e indecifrabile ma nei suoi occhi percepisci la tempesta.
Un bravo attore che probabilmente ha il fisico da caratterista ma se sarà bravo nel giocarsi le sue carte ad Hollywood raggiungerà livelli altissimi.
Un tipo da seguire.

Comunque il film merita. E se Zuckerberg è davvero così abbiamo fatto arricchire un altro stronzo.

Voto: 8

IL DISCORSO DEL RE



Ammetto di avere un debole per Colin Firth.
Ho tifato spudoratamente per lui agli Oscar (così come l'anno scorso per il suo bellissimo "A Single Man". A proposito, l'ho rivisto l'altro giorno: ma che bel film che ha fatto Tom Ford!) e il vederlo uscire vincitore mi ha fatto molto piacere.

Premesso questo, "Il Discorso del Re" è un film dignitoso.
Ben scritto, ben diretto, ben recitato.
Bei costumi, scenografie adeguate.
Non sembra avere particolari difetti.
Ma paradossalmente è proprio questo il suo problema: è un film "troppo" riuscito perché è "troppo" ben costruito e, quindi, furbo.
L'Accademy, come spesso accade, l'ha premiato.
Ma francamente non è un film da Oscar.
Lascia qualche traccia di se negli occhi dello spettatore. Ma nessuna nel cuore.
(Dis)onesto.

Voto: 7-

IL GRINTA




Ok, ammettiamolo: "Il Grinta" col Duca era una cazzatuccia.
Paragonandolo a questo dei Coen fa proprio la figura del filmetto.
Non che Jeff Bridges sia peggio di John Wayne (anzi... anche se il drugo non doppiato in un film western è spettacolare), ma quest'ultima versione è tutta un'altra cosa.
Ormai è chiaro: i fratelli Coen amano prendere i generi classici e reinventarli a modo loro.
Noir, commedia, western: i due prendono, impastano, infornano. E quello che esce è fragrante come l'originale, ma con quel qualcosa di diverso che non è azzardato definire "originale".

Comunque ne "Il Grinta" dei Coen ci sono tutti i topoi del caso: paesaggi sconfinati e cangianti, sparatorie a cavallo, sputazzate e sigarette arrotolate.
Ma potete trovarvi anche elementi inquietanti e spiazzanti, quasi horror, come l'impiccato o il medico che appare come dal nulla con la pelle d'orso.
Film di ricerca e rielaborazione, forse leggermente al di sotto delle aspettative, ma comunque Grande Cinema.

Voto: 8 1/2

LA VITA FACILE




Sorpresa sorpresa: al cinema c'è un bel film italiano.
Una bella commedia.
Scritta bene, recitata meglio.
Che fa sorridere con intelligenza, a volte di pancia altre volte a denti stretti.
Un film riuscito.

Stefano Accorsi, che di solito trovo insopportabile, sembra invece sguazzare bene nella commedia e in alcuni momenti è davvero bravo e convincente (vedi la litigata/sfuriata con Favino).
Stecco/Vittoria Puccini è una bella sorpresa.
Pierfrancesco Favino è un mostro. Nel senso che è proprio un fenomeno.

Il film è girato benissimo e ti accompagna volentieri a un finale tanto amaro quanto sorprendente.
I tre sono tre stronzi. Sono italiani. W Alberto Sordi e W "La vita facile": potrebbe essere un bell'inizio per tornare ai fasti di un tempo.
Consigliato.

Voto: 8

EASY GIRL




Film Tv, il settimanale di cinema, ha stroncato questo film.
Strano, perché io al contrario l'ho trovato fichissimo.
E' la solita storiella dell'emarginata di un liceo statunitense.
Non che sia bruttina (tutt'altro), o timida (tutt'altro): è solo che è una ragazza anticonformista cresciuta da due genitori intelligenti che si trova costretta in un ambiente liceale che la mortifica quotidianamente, tra gruppetti bacchettoni/fanatici (e ipocriti) di convinta fede cristiana, amiche tettone spaesate stupide e un po' mignotte, amici gay in un momento di svolta della loro difficile vita e le solite imbecillerie infantili che tempestano le scuole americane (come le nostre poi, d'altra parte).
Prendendo come spunto "La lettera scarlatta" di Hawthorne che sta leggendo insieme allo splendido (e bambacione) insegnante di letteratura, la ragazzina col pretesto di un malinteso si finge mignottona (da qui il titolo ragazza facile, anche se quello originale era easy A, simpatico gioco di parole tra la facilità di prendere bei voti, la suddetta lettera scarlatta e il darla a destra e manca), creando situazioni ilari che sfocieranno in un finale omaggio dei film anni Ottanta.
Ed è proprio questo omaggiare un certo tipo di cinematografia di quart'ordine con cui siamo cresciuti noi trentenni/quarantenni di oggi a rendere il filmetto particolarmente godibile e gradito: "Easy girl" è il vero trait d'union con un certo tipo di cinema oggi giustamente rivalutato che aveva il suo campione nella figura del (compianto) John Hughes e il suo brat pack.
"The breakfast club" o "Una pazza giornata di vacanza", per intendersi (film che tra l'altro la protagonista cita durante uno dei suoi spassosi monologhi).
Ecco, Emma Stone (a proposito, fantastica. Un mito) è la Molly Ringwald dei nostri tempi.
E per chi ha visto almeno una trentina di volte "Un compleanno da ricordare" non c'è complimento migliore.

Voto: 8

IN UN MONDO MIGLIORE




Sperando che possa davvero diventare, questo, un mondo (sempre) migliore dovreste comunque cominciare il cammino per realizzarlo facendovi un grosso favore: recuperare tutti i film di Susanne Bier.
"Non desiderare la donna d'altri" e "Dopo il matrimonio" sono due opere sorprendenti che non poterete non amare.
E la stessa cosa, ne sono sicuro, vi capiterà vedendo quest'ultimo della Nostra, "In un mondo migliore", Golden Globe e premio Oscar quest'anno come miglior film straniero.
Essendo la Bier danese i suoi film sono sempre strutturalmente freddi e distaccati, come i suoi personaggi, ma hanno una specie di substrato di passione, angoscia, paura, forti sentimenti, che cozza con l'apparente glacialità dello sguardo primario.
E' questo cortocircuito a creare un'alchimia irresistibile nei suoi film: tutto sembra distante ma poi ti attanaglia fortissimamente costringendoti in un'alternanza di emozioni straordinarie che ti trascinano come un vortice verso sorprendenti esplorazioni dell'animo umano.
"In un mondo migliore" (attenzione, il titolo originale in danese è "Vendetta". Vedendo il film capirete) ne è, appunto, l'ennesima conferma.
Un film che (sembra) giochi di sottrazioni invece tende a dilatarsi a bout de souffle, fino all'ultimo respiro, pronto ad esplodere da un momento all'altro.
E' come una corda che sembra tendersi all'infinito senza spezzarsi mai. E lo spettatore è l'equilibrista che cammina su quella corda e che guarda l'orlo del precipizio.
Non vedere un film come questo significa non volersi bene.

Voto: 10

giovedì 3 marzo 2011

CAPITANO MIO CAPITANO


Fin'ora era il film marvel meno convincente (purtroppo, perché Capitan America é da sempre il mio personaggio preferito della Casa delle Idee).

Fin'ora peró.
Perché questa fotina qui di Hugo Weaving Tescho Rosso mi piace da morire.
Con un villain cosí cambia tutto in un secondo.

lunedì 28 febbraio 2011

LADRI DI CADAVERI





John Landis è tornato.
Forse, come ha scritto qualcuno, un po' arrugginito. Ma è tornato.
"Ladri di cadaveri" è un film di citazioni, ambientazioni, u(a)mori.
Il vecchio John prende una storiella semplice semplice (tra l'altro ben nota in Gran Bretagna) ambientata in una tetra e sudicia Edimburgo di inizio Ottocento e ci ricama sopra tirandoci fuori il classico film "gustoso".
Per molti ma (attenzione) non per tutti.
Come al solito nel caso del Nostro questo è anche e soprattutto un film di attori: oltre naturalmente la deliziosa coppia Pegg/Serkis tutti sono meravigliosi, soprattutto i (soliti) camei landisiani, in primis quello di un vecchiaccio in splendida forma (vedere per credere, e capire...).
I momenti da black comedy (come si evince dalle due fotine che ho postato) sono assolutamente di primissimo livello e le autocitazioni vi faranno spuntare spesso sorridi maliziosi se avete visto tutti i film di Landis.
Su tutte una a sfondo sessuale che ricorda "lo sguardo" di un personaggio delle vignette di Vauro e "Una Poltrona per Due" (?!?... chi lo capisce vince un busto in resina del lupo mannaro americano a Londra...)
Però, va da se, un film così si assapora solo se si ama "quel" certo cinema e lo si conosce bene altrimenti (e mi sforzo tanto tanto per essere il più obiettivo possibile) rimane un filmetto che non ha molto da dire.
Però cavolo: come si va a non ridere quando arrivano Wordsworth e Coleridge alla locanda!!

Voto: 8+

venerdì 25 febbraio 2011

COME LO SAI... CHE UN FILM E' RIUSCITO?




... forse lo capisci quando percepisci almeno lo sforzo dell'autore di fare qualcosa di diverso, di uscire dai canoni della commedia sentimentale all'americana pur rimanendone fedele.
Come lo sai mi è piaciuto per questo.
Non è niente di trascedentale, sia chiaro, ma è ormai evidente che i film di Brooks si sforzano, appunto, di essere altro e diverso percorrendo i facili sentieri di un genere così piacevolmente abusato. Fu così (clamorosamente) per Voglia di Tenerezza, per Qualcosa è cambiato e (soprattutto) per Spanglish (la migliore interpretazione di quello sbilenco attore che è Adam Sandler).
Tu sai (come non è importante, lo sai e basta) che Paul Rudd e cartoon (con quella faccia un po' così...) Witherspoon si amano, ma cerchi anche tu (come loro) di scoprire in che modo. Esattamente.
E nel percorso (poco lineare, da cui la particolare originalità) ti aiutano il talento comico di Owen Wilson e la monumentalità di Jack Nicholson.
E quando (sai che ) i due salgono su quell'autobus li lasci andare per la loro strada, un po' più contento per aver fatto quel pezzo di strada insieme a loro.

Voto: 7 1/2

A CHI PIACE IL BALLETTO?




Scarpette Rosse è uno dei film più belli che abbia mai visto (ma d'altra parte è così per tutti i film della fantastica coppia Powell/Pressburger).
Save the Last Dance invece è una grossa stronzata.
Questo per dire che la danza è un ottimo soggetto cinematografico: paradigma del corpo che si fa (da) cinema, sangue pieghe e sofferenza mostrata/ostentata in un contesto scenografico assolutamente plausibile.
Ma anche che non tutti i film sulla danza possono (ri)uscire bene.
Black Swan è un film sulla danza totcourt. Ed è riuscitissimo.
Correva probabilmente il rischio troppo facile di essere autocompiacente (visto il tema e l'ultimo bel film di Aronofsky, The Wrestler), ma non è andata così.
La danza metafora come sacrificio estremo, ragione di vita che va oltre la stessa (come il cinema stesso d'altronde) e tema del doppio che riesce ad autoreferenziarsi in un metacinema che scruta se stesso attraverso la (senza mezzi termini) immensa interpretazione della fantastica Natalie Portman.
Black Swan ci trascina sul palco come pochi altri film prima di questo, costringendoci a vivere la fatica della preparazione sublimata dall'atto unico e irripetibile alla ricerca di una perfezione sancita da un applauso scrosciante.
Buona la prima. Niente repliche. Così per sempre.
Come il cinema. Più del cinema.

Gran bel film, ma Vale l'ha detestato. Quindi...
Voto: 8(-)

giovedì 26 agosto 2010

THE BOX




Necessaria (e stupefacente) premessa: io non ho mai visto Donnie Darko.
Detto questo (e aggiungendo che recupererò presto), ammetto che questo film dello stesso regista, Richard Kelly, mi è piaciuto molto.
D'altra parte le premesse c'erano tutte, visto che è pur sempre un film tratto da un racconto dello stupefacente Richard Matheson (Button, Button del 1970).
Non ho letto il racconto ma so che la trama di quest ultimo è molto più semplice (e alla fine è la moglie che, spazientita dalla debolezza del marito, decide di premere il pulsante, condannando il marito stesso: evidentemente non lo conosceva come credeva... situazione per altro citata/omaggiata en passant nel film).
Forse Kelly strasborda un pochino ma, accidenti, lo fa con stile!
Anni '70 ricostruiti benissimo, atmosfere sempre elettrizzanti (nonostante poi, in fin dei conti, non succeda granché), meccanismi interessanti.
Il film, come dice Matteo Bittanti (sua recensione sull'ultimo numero de I Duellanti) più che un film "da vedere" infatti è un film "da interpretare": un David Lynch meno smaliziato e sadico ma molto più divertente.
Le tematiche care a Matheson ci sono tutte, in primis la dabbenaggine maschile rispetto alla risolutezza e al coraggio femminili: l'eccessiva ingenuità o, se vogliamo, sciocca credulità del marito in fin dei conti condanneranno inesorabilmente la coppia ancor più della decisione di lei (ovvio richiamo, comunque, alla figura di Eva e alla metafora del frutto del peccato).
A proposito di religione, poi, soprattutto il finale è esageratamente sopra le righe: tra gli alieni e la filosofia teologica (molto spicciola) bisogna ammettere che il regista si è lasciato troppo andare, ma lo ha fatto con talmente tanto coraggio da meritarsi un bell'applauso.
Attori un po' cani, e mi dispiace perché sia Cameron Diaz che James Marsden mi stanno molto simpatici.

VOTO : 8-

martedì 10 agosto 2010

CHIAMALA COME VUOI, E' PUR SEMPRE UNA MONTAGNA...


Bell'articolo ieri su Repubblica sulla nuova traduzione del famoso romanzo di Thomas Mann. Come ormai noto, infatti, ad ottobre uscirà per I Meridiani Mondadori una nuova versione del romanzo che noi tutti abbiamo sempre conosciuto come La Montagna Incantata, che in Italia abbiamo sempre chiamato così perché quando arrivò per la prima volta nel '32 fu tradotto con questi termini. Punto.
La traduzione giusta, però, era La Montagna Magica e così verrà chiamato a partire da ottobre del 2010. Ok.
Ora, la discussione può sembrare decisamente sterile, soprattutto in considerazione del fatto che si sta parlando di un noioso romanzone invecchiato malissimo di cui al massimo ti fanno leggere qualche capitolo in tedesco se sei uno studente della lingua germanica (mio caso, brutti ricordi, due palle...).
Ma quello della traduzione dei titoli di opere straniere è universalmente un problema serio, al quale mi viene spesso spontaneo prestare qualche fugace pensierino, soprattutto perché tracima nella più abbietta amoralità nel campo della distribuzione cinematografica (campo che io amo particolarmente).
Ora, non è a mio avviso particolarmente importante se l'ultimo film con Jennifer Lopez venga distribuito in Italia con l'improbabile titolo "Piacere, sono un po' in cinta" (originale "The Back-Up Plan"...), oppure che il normale "Home Alone" sia diventato "Mamma ho perso l'aereo" (?!?) o "L'Attimo Fuggente" era in originale "Dead Poets Society" (e chi ricorda il filmetto con Robin Williams non può non arricciare, quantomeno, il naso, interdetto); ma quando un grandissimo film, un capolavoro assoluto come “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” viene tradotto "Se mi lasci ti cancello", allora non ci sto, l'incazzatura va alle stelle!
Come si sa, il titolo originale riprende un verso di un poema di Alexander Pope (e letteralmente andrebbe tradotto come "l'infinito splendore della mente immacolata"), e fu evidentemente tradotto in tutt'altro fantasiosissimo (?) modo per invogliare furbamente una fetta di pubblico il più abbondante possibile vista la presenza nel film di Jim Carrey, spacciando così uno dei film intellettualmente più intensi degli ultimi anni come una commedia scopereccia alla "American Pie" (ecco, a pensarci in questo caso almeno il titolo è rimasto come in originale!)...
Ricordo benissimo come tantissima gente, durante la proiezione, se ne andò sbraitando contro lo schermo: erano andati a vedere un film con un comico e si dovevano sorbire 'sta mattonata? Vi lascio immaginare le scene...
Un giorno, forse nemmeno troppo lontano, tutto questo finirà, lo so, l'Italia tornerà ad essere un Paese culturalmente importante. Ma in attesa che questo succeda continuiamo a sorbirci queste nefandezze!

P.s.: a tal proposito (come si suol dire, non c'entra ma c'entra...) nel doppiaggio (altra orribile amenità tutta italica, brrrr...) se ne vedono anche di peggio: guardatevi una puntata di True Blood su Fox e poi godetevela in lingua originale (come andrebbe fatto, sempre!): meglio soprassedere.

giovedì 10 giugno 2010

QUANDO NON CE N'ERA PER NESSUNO




C'è stato un tempo, che sembra lontanissimo, in cui gli italiani facevano i film più belli del mondo.
Abbiamo rivisto ieri notte su Sky Il Bell'Antonio e siamo rimasti ancora una volta storditi dalla sua abbacinante bellezza.
Le tematiche, la fotografia, gli attori, la messa in scena.
Tutto incredibile.
Così come sono incredibili La Dolce Vita, Mamma Roma, La Strada, L'Avventura...
Ma poi cos'è successo esattamente?
Muccino, Ozpetek, Faenza...

Evidentemente C'Eravamo Tanto Amati ma poi Tutti a Casa.
Che tristezza.